Piaceri dell'Umbria
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SONIA ZAMPINI
SONIA ZAMPINI Sonia Zampini, storica e critica d'arte contemporanea, si laurea a Firenze in Lettere moderne, con una tesi in Storia dell'arte contemporanea e, successivamente, prosegue gli studi in Filosofia Teoretica. Lavora nel settore dell'arte e della cultura contemporanea. Ha diretto gallerie d'arte, collabora con musei d'arte contemporanea, cura la realizzazione di mostre, lavora a progetti culturali, per privati e amministrazioni pubbliche, scrive su riviste di settore.
Piaceri Dell'Umbria  
I piaceri dell'arte parte I
Piaceri Dell'Umbria
I piaceri dell'arte parte II
Piaceri Dell'Umbria
I piaceri dell'arte parte III
Piaceri Dell'Umbria
I piaceri dell'arte parte IV
Piaceri Dell'Umbria
 

La distanza tra l'azione dinamica del pensiero e l'immobilità della forma, dovuta alla foto, è una sottile pellicola di reale, colta in un momento in cui il significato che la sottende si mostra come sfuggente visione di bellezza estetica.
Le immagini, così colte, sono varco, percorso di conoscenza, bloccate quasi in una situazione di metafisica immobilità. Costituiscono la soglia oltre la quale intensità emozionali, intese come attimi di suggestione estetica, si rivelano.
Allora l'immagine ritratta è la pausa di un dialogare, una sosta del discorso che sempre avverte dell'altro; in cui i suoi tempi di riposo arrecano la potenzialità visionaria delle parole successive.
La dimensione sensoriale nasce dalla riflessione sull'infinitesimale traccia e sul senso immaginifico del reale. Accanto alla sconcertante visionarietà di quest'ultimo si racconta anche il sorprendente causale, che nasce dall'insospettabile distrazione di una visione attenta.
La dinamica concettuale dei lavori continuamente parla della preziosità della scoperta, sia essa annunciata o sottesa, del percorso quotidiano di visioni e parole che rivelano sempre altro rispetto alla loro natura. La capacità di osservare coincide con la capacità primigenia di stupirsi e di capire, di evocare e di risvegliare il senso nomade del viaggio e della scoperta.
La brevità dell'attimo della fotografia è la lunga pausa del pensiero che si ridesta.Reali sono i luoghi della reminescenza, nel lavoro di Alessio Alberico, Il vecchio convento,di spazi dove la possibilità di andare oltre è tendere i fili del possibile reale, in uno scenario dove le ombre, dalla provenienza incerta, incombono e condizionano un possibile, eventuale, passaggio.
L'immagine è in continuo rapporto dialettico tra le ombre e le luci che le negano, tra una natura generosa e l'aridità dei rami che la contornano. L'unica certezza che rimane è la precarietà di una visione in cui l'unica eventuale via di uscita è idealmente troppo lontana e troppo piccola. Osserviamo, dunque, a distanza la probabilità fisica di indagare uno spazio possibile della memoria come luogo archetipo di fragili sensazioni umane. La luce, come pura forza dirompente, è la protagonista del lavoro fotografico di Nicola Alunni.
La dinamica del suo percorso corre tra gli spazi vuoti degli arbusti, come a descrivere graffi di verde su una superficie luminescente. Ciò che attrae la nostra attenzione è la sua capacità visionaria, che altera la realtà fino a renderla quasi onirica. Ma la vera contraddizione è in nuce; ciò che suscita la nostra meraviglia, il gesto proteso dei raggi, è ciò che quotidianamente investe i nostri percorsi. Il vero stupore è essenzialmente nel rendersene conto, nel ricordare la sua potenzialità espressiva anche in contesti in cui la natura restante non le fa da filtro. La capacità di ricordare accompagna, allora, la capacità di scoprire quella invisibile potenzialità nascosta che sottende il visibile reale.
Il secondo lavoro del fotografo coglie una immagine reale che, quasi tautologicamente, non definisce altro che se stessa. Ed è proprio in questo senso di pura rappresentazione che la raffigurazione lascia osservare, come materia comune, una congeniale scansione spaziale, pari ad una orchestrazione scenografica. I piani si succedono delineati da linee verticali e orizzontali; l'acqua, la protagonista di scena, fa scendere e trascolorare il suo lungo mantello blu.
Lo spazio si apre su di una vallata le cui luci, in contrasto tenue con le rispettive ombre, sembrano renderla quasi vellutata. All'interno di questa scansione di piani, di colori e di luci l'attenzione è tutta rivolta verso l'imperiosa suggestione, la memoria affettiva, di una terra a cui gli si dedica l'appartenenza.
La storia è, anche, l'attitudine che affina il nostro gesto a gesti già fatti, il nostro cammino a terre già solcate, il nostro credere a riti già eseguiti. Questa educazione del ricordo è la traduzione in termini di indagine, di osservazione, negli scatti di Patrizia Bacci.
La raccolta tra gli ulivi è la scena che racconta di una terra e della sua storia antica. L'immagine è un percorso in fuga, dove, casualmente, l'unica possibilità di tregua è nel salire le scale e raccogliere i frutti. In questa dimensione l'uomo, al pari delle piante, riveste un ruolo centrale. Nella sua azione, quasi apparentemente priva di affanno, contrariamente alla realtà, c'è il gesto antico di sottrarre i teli dagli olivi, per prenderne il raccolto, come a far scivolare, in un dialogo di ritualità profana, il panneggio di uno strascico. Ancora la storia, fisicizzata dalla raffigurazione della terra, è analizzata in termini di confronto.
Nel suo secondo scatto, Segni di terra,la fotografa utilizza come piano di fondo, inteso come luogo di indagine teorica, la terra su cui si pongono, come combinazione accidentale, due realtà in rapporto dialettico.
Sono le orme, quasi come incisioni nei luoghi della memoria, che si confrontano. E'lo scavo che la natura, con le sue componenti, compie che procede parallelamente al passo meccanico di una macchina da lavoro. La dimensione rappresentata è descrizione in divenire, osservata lungo la traccia del suo percorso, di una affermazione evolutiva che deve rapportarsi costantemente con una realtà che parla della sua storia e del nostro futuro.

 
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I piaceri dell'arte parte II  
Fabio Bracarda Fabio Bracarda, Luna, loc. Monte Subasio.
Valerio Chiaraluce Valerio Chiaraluce, Segnaletica orizzontale con impronta di foglia, loc. Todo
Andrea Cittadini Andrea Cittadini, Sul velluto rosso.
Andrea Cittadini Andrea Cittadini, Letto di petali.
Andrea Cittadini Andrea Cittadini, Risveglio, loc. Fiume Corno, Norcia.
Dino Festa Dino Festa, Coccinella, loc.Solomeo, Corciano.
Dino Festa Dino Festa. Autunno, loc. San Feliciano.
Chiara Franceschelli Chiara Franceschelli, Dettaglio, loc. Perugia.
Chiara Franceschelli Chiara Franceschelli, Lungo la strada, loc. Gubbio.
 
 
   
L'indagine di Fabio Bracarda, in Luna, nasce dalla volontà di testimoniare l'illimitato mostrarsi della natura. La fotografia ne registra la capacità sconcertante di straniamento; l'illusione di osservare un luogo come fosse surreale. Il paesaggio stesso, dalla terra lunare e dal cielo di fuoco, sembra ammiccare ad una realtà che sempre più si allontana dalla realtà stessa. Lo scollamento tra l'immagine e il pensiero, che la raffigura come fittizia, è la generosa scoperta di una natura irriverente, che non teme per lo sconcerto astante ma audacemente fa mostra di sé, alterando la nostra capacità cognitiva di identificare un luogo, uno spazio, un tempo. Se la fotografia è presa del reale quest'ultimo è raffigurato anche in quanto condizione dicotomica. Questa la sottile ironia, il gioco astuto, lo spostamento semantico nel lavoro di Valerio Chiaraluce, Segnaletica orizzontale con impronta di foglia.
Si prendono a confronto, con una leggerezza apparentemente casuale, l'instabilità precaria di una foglia, colta durante una breve pausa del suo volteggiare e la sua sagoma, a guisa d'ombra, che al contrario rimane legata alla superficie. Supporto, quest'ultimo, dal sapore urbano, concettualmente molto distante dal libero vagheggiare della foglia. E' proprio questo senso ludico, che nasce dalla definitiva scissione tra l'ombra e la figura, come a voler depositare ogni gravità, che sottolinea la fuggevole inclinazione di una natura che, parallelamente, convive con una dimensione distintamente urbana. Il ciclo di scatti di Andrea Cittadini esemplificano la concezione secondo cui
nel conoscere si effettua una sintesi fra una materia particolare, di origine sensibile, e una forma universale, di origine intellettiva. Le immagini colgono particolari, osservati in macro. La bolla, o goccia, nel lavoro Sul velluto rosso, è evidenziata nella sua interezza, nella sua assoluta precisione sferica. E' la quantità infinitesimale che fa parte di un tutto. Racchiude la potenzialità espressiva di una materia più grande a cui appartiene e, della cui gravità, ne fa mostra attraverso la sua leggerissima struttura. Analogo è, in
Letto di petali, il primo piano del fiore e dell'insetto su di esso poggiato. Nello specifico il lavoro utilizza un piano disfondo scuro, a creare un particolareimpatto visivo, che eredità la sua formula da un gusto tipicamente pittorico.Il nero del fondale contrasta, però, con la naturalezza dell'immagine, quasi a creare una sorta di prelievo studiato, tutto volto a isolare e a suggestionare una visione di natura. L'ultimo scatto, Risveglio, appare come la sintesi ideale del discorso precedentemente annunciato.Ogni singolo dettaglio isolato ritrova la vastità di uno scenario più ampio, in cui sembra ormai perdersi in un luogo suggestivo,
quasi fosse incantato, dalle acque levigate e dalla flora inusitata. E' lo studio analitico che dal particolare arriva all'universale, a testimoniare una visione che filtra il reale, la natura, la terra attraverso le sue componenti,secondo una concezione biologica di crescita e di appartenenza, che porta ad identificare il soggetto come parte di un tutto. Il silenzio delle parole che non fanno rumore è la forma acustica delle immagini di Dino Festa. E' la percezione del vento che vibra tra le spighe, le quali poste orizzontalmente declinano nello spazio, come se fossero mare. Da qui l'intrepida resistenza, l'appoggiarsi lieve di una coccinella quasi ignara di tutta la vastità che la circonda. Anche in questo lavoro, Coccinella, la
descrizione dell'attimo, della parte minima, coincide con la descrizione di un luogo, percepito non solo per lo stupore del suo apparire, ma anche per i silenzi brevi, le parole sottese che compongono un unico grande discorrere, un lungo narrare di immagini, spazi e parole che descrivono, incessantemente, una terra. Lo scatto, Autunno, che raffigura il lago Trasimeno, uno dei contesti più noti dell'Umbria, rivela ancora questa suggestione. Il punto di vista, assolutamente non scontato, è quello che pone una foglia in primo piano, e tutto il resto le fa da contorno. L'essenzialità della visione nasce dalla casualità dell'immagine; nonostante ciò, il femmineo, superbo e voluttuoso porsi del soggetto in primo piano sembra rievocare una dimensione sensoriale che coincide con quella dello sfondo, languida e nostalgica. Gli scatti di Chiara Franceschelli
contestualizzano una natura che prende senso in relazione all'introduzione dell'elemento umano. In Dettaglio la lunga sequenza degli alberi, disposti quasi serialmente, l'uno dopo l'altro, sono volutamente scelti e resi poco significanti, anche grazie alla scala di grigi che ne attutisce ogni velleità espressiva. Essi ritrovano il loro senso sopito solo dopo che il segno, quasi come fosse un graffito, lasciato dall'uomo, riemerge in primo piano, come a dar vita alla propaggine estrema di un corpo che ne è senza. La presenza umana è
continuamente riecheggiata, come eco indistinto, espressione di una voce che lega se stessa ad una collettività indefinita, senza ulteriori precisazioni personali. Anche il divano, nel secondo scatto Lungo la strada, ribadisce l'urgenza di una presenza che non è mai tangibile, come se la capacità stessa di rievocare ne appagasse la necessità. La scelta del divano, elemento da interno posto all'esterno, suggerisce una dimensione estraniante, una sorta di immagine surreale al pari di un fotogramma di Luois Buñuel. La descrizione della terra è congeniale all'idea di un luogo la cui immobilità, che ricorda l'ordine e il silenzio degli spazi di metafisici, è in grado di riverberare la fugace presenza di un passaggio.
 
   
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I piaceri dell'arte parte III  
Vincenzo Germino Vincenzo Germino, Revenge, loc. Pontecuti, Todi.
Mattia Giulivi Mattia Giulivi, L'imprevedibilità della natura, loc. Massa Martana.
Pier Paolo Metelli Pier Paolo Metelli, Proiezione naturale, loc. Laghi di Pilato, Castelluccio.
Pier Paolo Metelli Pier Paolo Metelli, Floreale, loc. Pian Grande, Castelluccio.
Pier Paolo Metelli Pier Paolo Metelli, Ombre e sentieri, loc. Castelluccio.
Manuel Peta Manuel Peta, L'anima del ferro, loc. Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Norcia.
 
 
Francesca Quaglietti Francesca Quaglietti, loc. Castiglion del Lago
Elisa Rodolfi  
Francesca Quaglietti, loc. Castiglion del Lago
Elisa Rodolfi  
Elisa Rodolfi, loc. Trasimeno, Magione.
   
 
 
Nello scatto di Vincenzo Germino la natura scompare dietro l'illusione del nascondersi. Rimangono le tracce del precedente lavoro dell'uomo, la scala e la
pianta, a ricordare un tempo che tornerà ad essere prossimo non appena la neve, che ha ricoperto la terra, si scioglierà. L'immagine trattiene allora una dimensione paesaggistica che continuamente nega se stessa, la cui natura ciclicamente dialoga con gli opposti. La visione intera è permeata da un senso di condivisone intima, di partecipazione ad una visione non con uno spirito documentaristico, ma attraverso un sentire quasi animistico, come se, anche se celato, si continuasse ad ascoltare il lungo discorrere della terra e dell'uomo. L'artificio che svela la sua reale natura, la composizione ardita tale da apparire fittizia costituisce il tema della ricerca nel lavoro di Mattia Giulivi. Il paesaggio innevato
domina l'intera scena. In esso, in primo piano, si staglia la figura di ghiaccio a sfidare le stessa legge di gravità. Il punto di vista dell'obiettivo fotografico è il luogo privilegiato per osservarla. La figura protesa, così generata, acefala e alata, appare come una sorta di ricostruzione, casuale, che ricorda la statua della vittoria, la Nike di Samotracia, dell'età ellenistica. La natura ricrea l'illusione dell'impossibile rendendo esperibile la sfida visionaria di una realtà, un paesaggio, continuamente in grado di confutare ogni comune aspettativa. La vastità e lo stupore, la percezione e la realtà, lo spazio e i colori costituiscono la struttura narrativa della serie di scatti di Pier Paolo Metelli. In questi lavori la natura è
colta in quanto dimensione sorprendente, capace di generare meraviglia, al pari forse di quello generato dai primi grand tour. La natura con i suoi luoghi, percorsi e potenzialità rivela una dimensione imperiosa che ricorda, per alcuni aspetti, i presupposti teorici che nascevano intorno al concetto di sublime, inteso come categoria estetica che interessa l'arte della seconda metà del Settecento. Nonostante la meraviglia sia, oggi, mitigata da una conoscenza dei luoghi comunque stratificata nella nostra memoria visiva, e nonostante la razionalità che, secondo il pensiero di Immanuel Kant, nella Critica del Giudizio, attribuisce all'uomo la capacità di interpretare e dominare la maestosità della natura, la "facoltà dell'animo che trascende ogni misura dei sensi", la natura, nel suo manifestarsi,
colta in quanto dimensione ancora ci sconcerta. La terra, come nel primo scatto Ombre e sentieri, per il suo succedersi di vallate, attraversate da percorsi incerti, che sembrano perdersi, quasi a volere indicare un tragitto mentale piuttosto che fisico. Nel secondo scatto, Floreale, la vallata di Castelluccio si caratterizza come uno dei luoghi privilegiati scelti dalla primavera per deporre i suoi frutti e i suoi colori. Lo studio fotografico è anche riflessione estetica, come nell'ultimo scatto, Proiezione materiale,sul senso della dualità, intesa come
percezione amplificata della visione del reale. Il doppio è realtà manifesta, spazialità ridiscussa in cui il cielo e la terra, l'uno riflesso nell'altro, tramite la presenza dell'acqua, dialogano tra di loro attraverso un processo osmotico. Se l'uno diventa l'altro e viceversa, attraverso una dimensione di liquida trasparenza, il senso della visione non risulta alterato quanto più completo nella sua indeterminatezza. La nostra percezione immagina un non luogo fisico dove, però, la natura, la roccia e il nostro coinvolgimento astante sono manifestazione concreta, immagine oggettiva. Lo scatto è raffigurazione in bilico tra una visione razionalmente negata e una natura delle cose inconsciamente prefigurata. L'immagine fissata dallo scatto di Manuel Peta, L'anima del ferro, sembra essere in
grado di poter trasmettere lo spostamento del vento e la possibilità di respirarlo. La vallata è l'unica vera protagonista indiscussa. Lo spazio è libero e incontrastato, come se ci fosse concesso solo di osservarlo. La sua natura dominante e superba non concede spazio all'intervento dell'uomo, tranne per una presenza metallica, posta in primo piano, come una sorta di ipotetica croce, in grado di suggerire lo spostamento del vento e la conseguente suggestione che ne nasce. L'aspetto colto dal fotografo è quello di una terra ancora scevra dalle logiche della contaminazione; luogo in cui ciò che era in parte sopravvive ancora e, di riflesso, concede a noi la possibilità di osservare la rarità della persistenza. L'immagine, scattata da Francesca Quaglietti, è la trama del cielo che si lega all'ordito delle linee distese della pianta e delle forme lanceolate
delle sue foglie. L'intera visione è un sottilissimo ricamo visivo, in cui l'enormità della pianta fa da contrappunto ad un paesaggio etereo e leggero che respira l'aria pulita di un cielo tardo serale. La descrizione della terra è, nel lavoro della fotografa, luogo contemporaneo in cui la materia antica rimane inalterata, in quanto non contaminata da elementi altri rispetto alla sua natura. L'apparente immediatezza dell'immagine è, al contrario, una riflessione più ampia intorno all' idea dello scorrere del tempo e dei relativi cambiamenti e, di conseguenza, di come possa perdurare ancora l'incanto di una natura trascendente. La natura è luogo dell'artificio. Lo spazio congeniale in cui, attraverso le forme tangibili, la teoria esistenziale rivela la dialettica dei contrasti. I lavori presentati da Elisa Rodolfi, intesi come brevi pause in cui gli occhi sembrano chiudersi alla
visione e aprirsi alla visionarietà delle cose, rendono tutto ciò esperibile. Lo spostamento semantico è nella ricerca del doppio, dello specchio che confonde e rende altra la capacità e la possibilità della percezione. Il cielo e l'acqua trascolorano l'uno nell'altro, ad indicare la possibilità di una immagine ideale in cui i punti di vista risultano alterati. Il luogo è un non luogo, la terra si nega nel momento in cui si manifesta, il cielo ridiscute il suo spazio ed in questo scivolare di piani, di inclinazioni, rotola il senso comune dell'osservazione, mentre la materia visiva è trasparenza liquida di piani opposti. Il senso è proprio questo, è la fede di Narciso nella sua immagine riflessa, la promessa reale di veridicità dell'apparente inganno.
 
   
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I piaceri dell'arte parte IV  
Bartek Truskowski Bartek Truskowski, Twin Peaks. loc. Monte Peglia,
San Venanzo.
Fausto Vallecchi Fausto Vallecchi, Fragili fibre, loc. Colfiorito.
 
 
L'immagine, nel lavoro di Bartek Truskowski, è limpida scansione spaziale di piani e luci in contrasto. Lo scatto, dalla struttura linguistica minimale, pone, su di un cielo
blu profondo, piani e elementi, come punti visivi emergenti dalla lunga fila di parole che arretrano dietro di essi. La matrice del lavoro, sia per l'organizzazione spaziale sia per la scelta estetica, è completamente contemporanea. La terra in esso evocata non allude alla memoria di ciò che era quanto più all'osservazione di ciò che è, attraverso un parlare libero da rimandi, che non lega strettamente se stessa ad un luogo, quanto più ad una condizione generale che caratterizza il luogo stesso. Questa particolare condizione gode del dono del disincanto. E' il punto di vista privilegiato da cui osservare la complessa dinamica del rapporto tra la natura e l'intervento umano, chiaramente evidenziato nella foto dagli elementi che la compongono, attraverso lo scorrere di un cielo, che le fa da sfondo, come metafora di un tempo continuamente mutevole. L'immagine della foto di Fausto Vallecchi, Fragili Fibre, ha la densità semantica di una natura che disquisisce sulla mutevolezza delle stagioni a cui appartiene. Scorgiamo in essa l'attitudine al
cambiamento; presto, infatti, la distesa di neve cederà il posto al colore vivo della terra. Anche i fiori invernali, all'interno dell'immagine, si innalzano, simili a parole annunzianti, come possibili prossimi frutti, prodromi della stagione futura. La visione assapora la dimensione di una natura greve di possibilità; in cui la definizione di una stagione è solo il respiro trattenuto, l'esercizio della pausa, che la natura compie, prossima ad una nuova trasformazione. La natura a cui il fotografo fa riferimento è materia viva e cangiante, è potenzialità in continuo divenire in cui l'apparente definizione arreca, sempre, la forza dirompente di una nuova forma nascente. Le fotografie sembrano leggersi come un lungo narrare. Discutono sul concetto di natura, interpretato come senso di appartenenza ad una terra; sul senso della storia, vista come teoria del passato che rivive in consuetudini contemporanee. Gli scatti inoltre parlano del rapporto tra l'uomo e l'ambiente circostante, come unione imprescindibile che ha caratterizzato la storia di una terra e dei suoi abitanti. Tutto questo prende forma attraverso una parola che descrive la maestosità della natura e la preziosità delle sue più piccole componenti. Una natura che appare essere in parte ancora luogo incontaminato, distante dalla logica del tempo, quasi venisse fuori dalla crisalide di una epoca lontana. L'uomo, all'interno di questa ricerca, è il verbo evocato che spesso completa il senso di una visione. La raffigurazione della natura, colta dagli scatti dei fotografi, attraverso tipologie stilistiche personalissime, non è mai fine a se stessa. Il suo mostrarsi è approfondimento teorico, scambio dialettico che nasce dall'incontro, in termini estetici, tra la realtà oggettiva delle cose, e la teoria individuale, esistenziale, dello sguardo astante.
 
   
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